Daniel Day Lewis

L’attore che diventa verità.

 

C’è chi recita per vivere e chi, come Daniel Day-Lewis, vive per recitare. Ogni suo ruolo è un atto di devozione, una metamorfosi totale, una discesa negli abissi dell’animo umano. Non interpreta personaggi, li abita, li consuma, li lascia vivere attraverso di sé come fossero spiriti. 

È nato a Londra, figlio del poeta Cecil Day-Lewis e dell’attrice Jill Balcon, ma ha costruito la sua leggenda lontano da ogni clamore. Riservato, quasi ascetico, è diventato un simbolo vivente di ciò che l’arte può essere quando smette di cercare applausi e insegue solo la verità.

Per My Left Foot (1989) imparò a dipingere e scrivere con i piedi, restando nel ruolo anche fuori dal set. Per Gangs of New York (2002) fabbricò i propri coltelli e si ammalò di polmonite durante le riprese, rifiutando di togliersi gli abiti del personaggio. Per There Will Be Blood (2007) divenne il volto stesso dell’avidità,  ferro, fango e ambizione fusi in un solo corpo. Per Lincoln (2012) studiò lettere, documenti e voci d’epoca, finché il presidente americano non sembrò rivivere attraverso di lui.

Poi, come un monaco che ha completato il proprio voto, ha scelto il silenzio. Si è ritirato, dichiarando di voler “preservare la verità” di ciò che aveva già detto. Nessuna nostalgia, nessun addio, solo la pace di chi ha dato tutto.

Durante le riprese di Il mio piede sinistro, Day-Lewis rimase nel personaggio anche durante le pause, costringendo la troupe a imboccarlo e a spostarlo su una sedia a rotelle.

Un giorno, un tecnico si lamentò: “Ma perché non smetti di recitare nemmeno a pranzo?” Lui rispose, con calma assoluta: “Perché Cristo Brown non può farlo.” Era il nome del personaggio, un uomo affetto da paralisi cerebrale.

ICONICOMIX lo celebra

perché rappresenta la purezza assoluta dell’arte. Ha scelto la via più difficile, quella della dedizione totale, e ne ha fatto un culto. Il suo volto, scavato e intenso, è diventato simbolo di ciò che accade quando l’uomo si fonde con il personaggio: non più finzione, ma rivelazione.

È l’immagine vivente della verità nel mestiere, della disciplina come forma di bellezza.

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