C’è chi fa musica, e chi è musica. Prince era entrambe le cose.
Artista totale, instancabile, inclassificabile, un genio che non apparteneva a nessun genere, ma li aveva tutti dentro.
Nato a Minneapolis nel 1958, autodidatta precoce, a sette anni suonava già piano, chitarra e batteria.
La sua vita fu un esperimento continuo. Funk, soul, pop, rock, jazz, elettronica, tutto diventava Prince.
Scrisse, compose, produsse e suonò quasi ogni strumento dei suoi dischi. Viveva la musica come un linguaggio spirituale, sensuale e ribelle.
In un’epoca di etichette, lui le distrusse tutte. Uomo e donna, bianco e nero, divino e terreno, artista e profeta.
Era la libertà fatta persona.
Con Purple Rain regalò al mondo una delle più grandi opere musicali e cinematografiche del Novecento: un inno alla passione, all’amore, alla diversità.
Nel 1993, per ribellarsi al controllo della sua etichetta discografica, Prince cambiò ufficialmente il suo nome in un simbolo impronunciabile, un mix tra maschile e femminile, sole e luna, eros e spirito.
Da quel momento, fu chiamato The Artist Formerly Known as Prince.
Quando i giornalisti gli chiesero il perché, rispose semplicemente: “Il mio nome non può appartenere a nessuno. È la mia libertà.” Quel gesto, apparentemente folle, divenne uno degli atti più rivoluzionari nella storia della musica moderna, un manifesto vivente di indipendenza creativa.
ICONICOMIX lo celebra
perché rappresenta la libertà assoluta dell’essere.
È il simbolo di chi rifiuta di essere definito, di chi trasforma la propria identità in arte.
Con la sua musica, la sua estetica e la sua audacia, ha insegnato che l’autenticità è il più alto atto di ribellione.
Prince non ha seguito il mondo, lo ha ridisegnato in viola.